Teàter

Con tutto il rispetto, benvenuti al Teàter

Eccoti lì. Mi sembra di vederti, tu che stai leggendo. Ti…

No aspetta, ti giuro: te l’avrei detto comunque con le stesse parole. Era il saluto che avevo pensato due o tre settimane fa, quando con gli amici di via Grigna ci era venuta l’idea del blog, e ci eravamo detti “allora chi comincia?” e dopo un po’ di cazzeggio, siccome qualcuno doveva pur cominciare, il popolo sovrano ha deciso “ok, comincia lui”, che sarei io.

“Ok, allora io”. E visto che il punto di partenza di tutta la faccenda è il Teatro – nel senso che prima ho detto “amici di via Grigna perché noi siamo soliti trovarci appunto qui, nel nostro bel Macrò Maudit Teàter, al numero 5 di via Grigna a Milano – mi era venuto in mente di cominciare questo blog immaginandomi la faccia del primo che lo avrebbe letto, o naturalmente anche di quelli dopo, in fondo ciascuno è ogni volta il primo lettore di qualsiasi cosa non abbia letto prima.

Insomma avevo pensato alla faccia tua, lettore o lettrice che sei, e mi era sembrata una idea carina quella di appellarti in un modo che significasse più o meno “ciao, non so chi sei ma ti conosco lo stesso, sei uno dei nostri, uno di noi, eilà, bentrovato, bentrovata!”, e poiché dire “uno di noi” significa appunto gente del tipo che ho detto prima, un po’ amleti un po’ arlecchini, eccetera eccetera insomma hai capito, per farla breve quel giorno di tre settimane fa mi era sembrata una idea carina quella di cominciare salutandoti così: “Ti conosco mascherina!”.

Vatti a immaginare il virus, cazzarola.

E che magari la mascherina ce l’hai addosso davvero, lettore. Scusa neh.

E tuttavia, con tutto il rispetto: non è che parliamo lingue diverse, anzi è sempre tutto molto più legato di quanto si pensa. Così nell’inaugurare questo spazio di pensiero dedicato al teatro (ma non solo), alla meraviglia (ma non solo), insomma alla vita (e basta, direi), è ovvio che non si può non partire da ‘sta menata di virus. Tanto più che, tocca dirlo, non essendo noi un supermarket – unica categoria spaziotemporale in cui secondo le autorità ci si può anche assembrare a frotte senza correre rischi – in ossequio alle prescrizioni sanitarie disposte da chi speriamo la sappia più lunga dei sottoscritti abbiamo dovuto momentaneamente tirar giù la serranda noi pure: corsi di teatro, di danza, di lettura, serate a tema, e tutto il resto che da tempo facciamo qui. Tutto sospeso.

Cioè.

Guarda meglio, mascherina.

Sospeso? Il teatro?

Mah.

Pensa, mascherina, a quanti per descrivere l’insieme di quel che sta accadendo – il contagio, il virus, l’economia ferma, il terrore della dispensa vuota, il conto alla rovescia per quando saremo tutti morti, con i superstiti a mangiarsi a vicenda, il ritorno dei morti viventi e infine la musica di Via col vento che introdurrà l’inevitabile Speciale Porta a porta – usano da giorni l’aggettivo “drammatico”. Un “dramma”, si dice appunto. Che parola “teatrale” per qualificare la “realtà”, eh? E pensa quante volte, mascherina, abbiniamo la parola “dramma” a una situazione talmente dolorosa o spaventosa da paralizzarci quando invece, in origine, il termine dràma (δρᾶμα) significava in greco l’esatto contrario e cioè “azione”, con la stessa radice verbale di “fare”, e in senso teatrale indicava tanto una tragedia quanto una commedia.

Dramma era “ciò che si fa”.

Così come, viceversa, la parola θεάομαι (theaomai) da cui viene Teàter voleva dire “guardare con stupore, meravigliarsi”.

Il Teatro è la combinazione di una azione e una meraviglia, pensa un po’. Capacità di fare una cosa che stupisce qualcuno, capacità di stupirsi per una cosa che qualcuno fa.

E allora guardale adesso, mascherina, le azioni che ti stanno accadendo attorno. Guarda quella scena laggiù, quel tizio che allunga la mano per salutare l’altro e l’altro che finge di cercare una cosa in tasca per non dargliela… non è Checov sputato? E ascolta, ascolta! La senti la voce del regista? “Lavarsi le mani”, “Non avvicinarsi a meno di un metro”, “Non uscire dalla zona rossa”, “Tossire nel proprio gomito” (dio che schifo…), e ancora: salire o no sul tram? andare o no a trovare la nonna? lavorare da casa o andare in ufficio? baciarsi (aaaaaaargh!!) o no?

Quale teatro sospeso? Manca solo il sipario, ma il palcoscenico è gigantesco.

 In effetti sulla nostra saracinesca nera c’è veramente una scritta d’oro: “Ceci n’est pas une saracinesque”.

Certo può sembrarlo, una serranda. E può in effetti sembrare chiusa. Ancora per qualche tempo, speriamo davvero poco, dovrà restare effettivamente abbassata. Ma chiusa per noi e per te, mascherina, non lo sarà mai. Ora puoi trovarci qui, ogni settimana su questo blog. E presto di nuovo, siamo sicuri, in via Grigna 5: Anna e Lorenzo, Monica e Alessandro, Silvia e Flaminia, e Isabella, e l’altra Isabella, e Francesca e Franco, e ‘Ngone, e Roberto e Renato e l’altro piccolissimo Renato (non è nato neanche un anno fa, dagli tempo), e Sonia, e Olivia, e Patricia…

Ecco, a proposito di Patricia. Io mi fermo perché ho parlato anche troppo: mascherina ti presento Pat. Se hai visitato il sito del Teàter l’hai già conosciuta. Per tutti gli altri, preparatevi: io ho fatto solo il prologo, lo spettacolo è lei.

Ciao Pat, vai avanti tu.

Paolo Foschini

Paolo Foschini, nato il 21/8/1964 - morto il (omissis). Di madre emiliana e padre romagnolo, cresciuto a Ferrara, laureato in Lettere a Bologna, emigrato a Milano il 2/4/1991. Note di merito: sposato, divorziato, due bravi figli grandi, ha costruito due chitarre. Note di cronaca: studi di musica non finiti come quasi tutto il resto, presidente apprendista dell’Associazione Macrò Maudit. Note di demerito: giornalista per diverse testate, quella attuale ha sede in via Solferino 28. Da trent'anni sta cercando di smettere